Il 28 ottobre a Roma si è riunita l'Assemblea parlamentare della Nato. Seminario dedicato al Kosovo, con la partecipazione di 16 delegazioni parlamentari e diplomatiche dell'Alleanza Atlantica e di tutte le comunità nazionali dell'area coinvolte nei conflitti balcanici. Fra i relatori, il giornalista Ennio Remondino, corrispondente estero della Rai per quell'area. Questa la trascrizione del suo intervento.
La scelta dell'assemblea parlamentare Nato di
ascoltare, in un contesto politico-diplomatico di questo livello, un
giornalista, confesso mi stupisce. Non è soltanto modestia la mia. E' il disagio
fra le cose che da reporter ho visto sul campo, rispetto a valutazioni,
considerazioni e analisi che ho sentito e visto sviluppare successivamente dalla
politica internazionale su quegli stessi fatti.
Detto in altro modo,
sovente, ascoltando politica e diplomazia, ho l'impressione di aver trascorso
più di 15 anni della mia vita professionale in una regione europea che ritenevo
essere i Balcani, ed era invece una sorta di "Isola che non c'è". I miei Balcani
immaginari. Ho seguito la vicenda Bosnia dal '92 al '96, vivendo fra
Sarajevo, Pale, Mostar e Banja Luka. Nel 1997 ho aperto una redazione Rai a
Belgrado. Ho vissuto il Kosovo da Pristina per tutto il 1998, ho visto nascere
l'UCK sul campo e la guerra a Ramboiullet.
Ho ricevuto le bombe Nato del '99 a
Belgrado, a Pristina, Prizren, e Pec. Continuo a seguire come posso quell'area
dalla nuova sede datami dalla Rai in Berlino. Quindici anni nei Balcani,
e più conosco, meno capisco. Ancora una battuta esemplificativa. Sono
arrivato nella ex Jugoslavia che non conoscevo una lingua condivisa, e ne esco
oggi non conoscendone almeno sette di lingue, tra cui il "montenegrino", il
"bosniacco" e l'"erzegovese". Dev'essere il destino del giornalista, quello di
non riuscire a capire. Quello che ritengo utile dire, è che il presente
su cui ci troviamo oggi a discutere è basato su di un passato "ufficiale" ormai
definito a livello internazionale soprattutto nell'ambito dell'Alleanza
Atlantica.
Quella che potremmo definire la "base del ragionamento" su cui, a mio
avviso, sarebbe invece opportuno, necessario, elevare dubbi. Ridiscuterla.
Serve a qualcosa insistere col passato? Si, se sul passato si costruisce
oggi una percezione del presente deformata. Gli esempi nella storia sono
infiniti. Possiamo immaginare l'attuale Germania, senza la lacerante
rivisitazione della barbarie nazista? O l'Italia democratica, senza la dolorosa
ammissione delle colpe del fascismo?
Il problema dei Balcani, uno dei
maggiori problemi, è che nessuno dei protagonisti ha mai voluto affrontare
seriamente questo confronto col suo passato, con le responsabilità oggettive
attraverso cui iniziare e definire un futuro possibile. Il perchè ed il come
quanto accaduto sia potuto accadere. Non lo sta facendo la Serbia
democratica che nasconde ancora oggi le sue colpe oggettive dietro un accentuato
vittimismo da trame internazionali. Il "Cattivo Unico" subito ieri, diventa
alibi per non diventare compiutamente buoni oggi. Intanto il governo del
moderato Vojslav Kostunica si regge sul voto determinante del partito che fu di
Milosevic. Non lo fa compiutamente la Croazia delle antiche simpatie di
convenienza occidentale e dell'accesso all'Ue, quando ancora si lacera al suo
interno sulla figura di Ante Gotovina, per alcuni criminale ricercato e
latitante, per molti eroe e patriota da proteggere. Non lo fa il Kosovo
che iscrive in blocco fra gli eroi nazionali e partigiani combattenti, anche
banditi di strada e trafficanti da galera.
Intanto il dibattito politico interno
si regola spesso a colpi di kalashnikov, con buona pace degli "standard"
internazionali di legalità e di tutela dei diritti umani. Non lo ha
fatto nessuna delle tre nazionalità bosniache che 10 anni fa abbiamo legato fra
di loro nella piccola Jugoslavia degli accordi di Dayton e di Parigi, e che
continuano oggi a sostenere al loro interno la rappresentanza politica più
separatista e integralista. Non lo fa l'indeterminata entità detta
"comunità internazionale", che di volta in volta si esprime attraverso
aggregazioni variabili e con regole variabili.
Ora l'Onu, ora gli Stati Uniti,
ora il Gruppo di Contatto, ora l'Osce, ora la Nato, ora l'Unione europea. Sul
chi comanda veramente, il giudizio nei Balcani è a sua volta variabile, tifoso
nei confronti dell'interlocutore più comodo. Ma su questo vorrei tornare fra
poco, con un po' più di cattiveria. Non lo fa il "Potere terzo" del
Tribunale internazionale dell'Aja sospettato di aver regolato le sue
incriminazioni sulla base delle opportunità "politiche" più che sulle prove.
Sull'argomento mi limito al presente, all'apertura della procedura di ammissione
della Ue di Croazia e Turchia. L'Austria vincola il suo Si alla Turchia, al Si
di Bruxelles alla Croazia.
La procuratrice Carla Del Ponte, che una settimana
prima aveva accusato Zagabria di proteggere il ricercato Gotovina, ci ripensa in
tutta fretta e cambia al volo la pagella europea della Croazia. Un mese prima la
stessa accusatrice aveva immaginato Gotovina nascosto sotto le tonache dei frati
francescani di Medjugorje, in una trama congiunta tra San Francesco e il
Vaticano. Difficile convincersi che quello dell'Aja non sarà il tribunale del
vincitore. Il problema potrebbe essere quello di capire di quali Balcani
stiamo parlando.
E di quale "comunità internazionale", e di quali regole
parliamo, se ci sono delle regole condivise e se valgono in maniera eguale per
tutti. Nei miei Balcani ho visto di tutto e di più. Ho visto il naufragio della
credibilità dei caschi blu dell'Onu a Srebrenica, e ho visto l'indignazione
internazionale a intensità variabile fra il sonno quadriennale della Bosnia e la
frenesia umanitaria per il Kosovo. In Kosovo, perché è di questo che
dobbiamo parlare oggi, ho avuto l'impressione di assistere alla accurata
composizione di un puzzle le cui singole tessere fossero predisposte da tempo a
realizzare il disegno della guerra.
- Ho visto un regime dispotico e
traballante, quello di Milosevic, trarre forza e sostegno interno
dall'accerchiamento internazionale.
- Ho visto una terra sofferente
amalgamata sino ad allora dalla pratica dell'opposizione non violenta, venire
armata e organizzata per la guerra.
- Ho scritto del "Ghandi dei
Balcani", il non violento Rugova, e ho memoria e registrazione di quando, nella
primavera del ‘98 sostenne che la nascente Uck era una creatura dei servizi
segreti di Belgrado. Mi pento e chiedo scusa per quel Ghandi citato a
sproposito. Rugova (augurandogli buona salute) non l'ha ancora fatto.
-
Ho visto i carichi di armi del governo Berisha passare la frontiera albanese con
la Serbia. Ritrovo ora Berisha a Tirana e mi interrogo nuovamente sul Kosovo.
- Ho sentito il "capo del governo clandestino del Kosovo" Bucoshi, nel
suo ufficio di Tirana, spiegarmi l'impegno finanziario della diaspora kosovara e
albanese in Germania e Stati Uniti, per la creazione di un esercito di
liberazione del Kosovo.
- Ho visto, con la missione Kdom (Kosovo
diplomatic observers mission), spie e istruttori militari diventare diplomatici,
e la diplomazia vera fare da palo all'inganno.
- Ho visto l'Osce dell'ex
ambasciatore William Walker, ottenere il miracolo di Lazzaro a Racak, dove i
morti nella notte camminano e si espongono alla indignazione televisiva mondiale
del mattino dopo. Non ho visto in tempo utile le perizie dei periti finlandesi,
che qualcosa chiarivano.
- Ho visto da lontano Rambouillet, e da
cronista smaliziato, ne ho approfittato per attrezzarmi alla guerra imminente.
- Ho visto l'uso disinvolto dei media nel creare consenso o
riprovazione, a comando. Ho imparato che esistono le sofferenze "buone", quelle
da esaltare nei telegiornali, e le sofferenze da nascondere.
- Ho visto
governi e diplomazie, costruire "verità " sulla convenienza del momento, ma quel
che è peggio, ho visto costruire analisi e progetti politici internazionali
successivi sulle precedenti verità artefatte.
Il problema che intendo
porre, non è in realtà quello della rivisitazione storica del passato, quanto
piuttosto di trarre lezione da troppi equivoci per ottenere chiarezza sul
presente e sul futuro.
Tre semplici questioni.
1. Esistono delle
regole e quali sono?
2. Chi le decide e chi le deve far rispettare?
3. Sin dove arrivano i Balcani?
Le regole
Esistono, e quali sono? Per la Bosnia furono quelle della
inviolabilità dei confini statuali delle vecchia federazione jugoslava. Sulla
base di quelle regole ci furono le tragedie di Vukovar, delle Kajne serbo-croate
e il macello della Bosnia. Oggi, forse più assennatamente, per il Kosovo
cambiano regole del gioco e arbitri. Sarà opportuno a questo punto pensare a
convincenti argomentazioni con cui rivolgerci ai croati di Mostar, ai serbi di
Banja Luka, agli albanesi macedoni di Tetovo, e per quelli montenegrini di
Dulcigno, e persino agli ungheresi della Vojvodina. Il temuto "effetto
domino" del Kosovo su tutti i Balcani.
Non credo esistano oggi le condizioni di
un nuovo stravolgimento bellico dell'area. Credo invece nella possibile
accentuazione della condizione di instabilità , con la possibilità di focolai di
violenza di "bassa intensità ".
Colpisce oggi, a dieci anni dalla fine del
conflitto, l'assordante silenzio attorno agli accordi di Dayton sulla Bosnia. Un
caso o un ripensamento? Sulla questione frantumazione delle vecchia
Jugoslavia, non credo sia saggio sottovalutare cosa sta accadendo oggi in
Montenegro e Macedonia. L'ipotesi di una separazione fra Podgorica e Belgrado
non fa oggi più paura a nessuno, neppure ai diretti interessati. Dovrebbero
suscitare preoccupazione, se mai, i meccanismi attraverso cui quella separazione
potrebbe avvenire.
Gli interessi personali del leader Djukanovic, per
sottrarsi a possibili conseguenze giudiziarie internazionali. Le due componenti
slave fra indipendentisti e unionisti che si equivalgono. Sarà il voto della
consistente minoranza albanese sui confini di Scutari che deciderà sull'ultimo
simulacro di federazione slava nei Balcani.
Accadrà , ma non sarà privo di
conseguenze sugli equilibri dell'intera area. L'attuale assetto
Macedone, e l'apertura del nuovo governo di Skopje al dialogo interetnico, temo
risulti ancora oggi minoritario nel comune sentire delle comunità nazionali
bulgaro-slava e albanese. Da Tetovo ad Ochrid, il confine nord della Macedonia è
già da oggi quello di un Kosovo nazionale, con un interscambio
politico-commerciale che non credo possa rientrare nelle regole di
globalizzazione condivise dalla comunità internazionale. Mi sembra
necessario annotare come, rispetto al demonizzato frazionamento nazionale nei
Balcani del recente passato, si faccia oggi troppo conto sulla salvifica
ricomposizione dei frammenti jugoslavi nel corpo nell'Unione europea. E se l'
Unione scoprisse di non essere presto più in grado di metabolizzare altri
allargamenti?
Gli arbitri
La questione è dirimente, e non
può essere liquidata con una lezioncina di diritto internazionale. Non nei
Balcani. Quale Onu, ad esempio, o quale Nato, quale Unione europea, o quali
Stati Uniti? Provo a spiegarmi. L'arbitro Onu della vergogna di Srebrenica,
oppure l'Onu marginale che mette il cappello ex-post all'intervento Nato per il
Kosovo con la risoluzione 1244 finita da subito in carta straccia? L'Onu
dell'Unmik del marzo 2004 che fa finta di niente, o l'Onu Unmik della fine 2005
che abbiamo appena sentito pieno di buone intenzioni?
La Nato.
Chiedo
scusa ai padroni di casa, ma quale Nato? La Nato delle bombe intelligenti sulla
Jugoslavia e delle bugie cretine di James Shea da Bruxelles, o la Nato della
valorosa interposizione in Bosnia e attorno alle enclavi serbe in Kosovo? La
Nato che libera tutti i kosovari, o quella che ne libera soltanto una parte,
lasciando che in certe zone i più scannino i meno?
La Nato della vergogna degli
incendi di Prizren, o la Nato che difende e salva i monasteri di Decani e di Pec
(o Peja)? Anche per gli Stati Uniti, occorre capire, a partire dal loro
ruolo chiave nella Nato e in Kosovo in particolare. Basta percorrere il
Boulevard Bill Clinton a Pristina per capire.
C'è persino il bar Hillary, e la
mini statua della libertà sul tetto dell'hotel Victoria. Mi riesce difficile
immaginare una prossima piazza intitolata a José Manuel Barroso. C'era un bar
Berlusconi, ma a Tirana, ed è stato abbattuto perché era una costruzione
abusiva. La questione Stati Uniti (quali? Quale politica), si intreccia
con quella delle regole. Nel 2002 sono nati i cosiddetti "Standard". Fu l'allora
rappresentante speciale Steiner a racchiudere la sua proposta nella sintesi
"standards before status".
Verifica degli standard di democrazia, legalità ,
tutela delle minoranze e rispetto dei diritti umani, prima di iniziare a
discutere del futuro status del Kosovo, cioè di indipendenza. I disordini
organizzati della primavera dello scorso anno cancellano molte illusioni. Oggi
si parla di "Standard and status". La svolta è stata sollecitata dal
sottosegretario di Stato Nicholas Burns nel maggio di quest'anno, e accettata
dall'Onu grazie al rapporto del norvegese Kai Eide. Lezione di realpolitik per i
Balcani (a non solo): fai il peggio e ottieni il meglio.
Il buonsenso
impone oggi il confronto diretto e indispensabile fra albanesi e serbi. Ma se
anche questa formula non funzionasse? Abbiamo iniziato con "before", poi "and".
Domani forse, "Status without standards"? Il rischio delle regole elastiche è
alla fin fine sempre quello di far vincere chi le regole non le vuole rispettare
mai o chi sa di avere "santi in paradiso" talmente forti da potersene fregare
delle regole valide per gli altri.
I Balcani
Ultima
questione. Ma i Balcani esistono davvero? Il mio amico Predrag Matvejevic,
letterato e scrittore croato che s'è esiliato dalla guerra civile prima a Parigi
e ora a Roma, se lo chiede spesso.
Metternich, il grande ministro austro
ungarico diceva che i Balcani iniziavano subito a sud di Vienna. A Ljubliana se
li chiami balcanici si offendono. Vai a Zagabria e se chiedi dei Balcani ti
indicano la Pannonia e Belgrado. Da Belgrado, l'indicazione è ancora verso sud,
verso il Kosovo e l'Albania. Di balcanico nei Balcani sembra esserci soltanto il
tentativo di non esserlo. Un aneddoto, per esprimere una preoccupazione
culturale e politica rispetto alle analisi presenti. Il mondo s'è confrontato e
ha punito il progetto politico di "Grande Serbia" che fu cavalcato da Milosevic.
La Croazia del despota scomparso Franjo Tudjman ha sognato la sua "Grande
Croazia" provando a spartirsi la Bosnia con Milosevic. Per lui lo sconto di
riprovazione e condanne riservato agli "amici degli amici". Ambedue progetti
politico egemonici in salsa slava. Più a sud, l'attualità dell'ipotesi
di "Grande Albania". Non un progetto politico articolato, esplicito, ma
semplicemente la realtà dirompente dell'espansione demografica. Troppe analisi
sui progetti politici veri o presunti, poche riflessioni sulla geografia e
demografia dei fatti, è il mio sospetto. Su quali Balcani occidentali dobbiamo
per esempio riservare attenzione, prima di elaborare progetti. Esiste una
unitarietà di problemi legata ai Balcani slavi (che non sono soltanto Serbia e
Croazia, ma anche Bosnia e Montenegro e Sangiaccato), come esiste una unitarietÃ
di problemi dei balcani albanesi che non sono soltanto Kosovo, o Albania, ma
assieme parte di Macedonia, Montenegro e Grecia. L'esperienza personale
è che nei Balcani, quando credi di aver sistema un muro qui, ti cade una casa
là . Tiri su una casa qui, e ti finisce in frantumi una città là . Se i Balcani
esistono, sono un unicum molto frequentato. Forse basterebbe decidere una
segnaletica comune iniziando a discuterne con tutti -tutti, ripeto- i
protagonisti. Pensare oggi ad una Costituente internazionale balcanica, appare
un azzardo folle. Non cominciare a pensarlo potrebbe rivelarsi una domani una
catastrofe. A meno che, non mi sia ritrovato ancora una volta a parlare
dei miei Balcani personali, che non esistono. Se è così, vi chiedo scusa. |